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Elezioni? Un’altra ottima occasione per capire che non cambierà nulla

Per l’ennesima volta, in corrispondenza dell’ennesimo evento elettorale, siamo sommersi da una generosa valanga di proclami, considerazioni, opinioni, insulti e succedanei: “noi faremo, noi  siamo, voi non siete, loro sono corrotti, essi sono incapaci, siamo onesti” e così via discorrendo.

Un numero congruo di elettori, pervasi da uno scetticismo di fondo che però rimane a livello istintivo, finirà per abboccare all’amo di quel viso convincente, sincero e pulito o a quell’altro che sembra davvero “incazzato” per questi stranieri che arrivano a frotte e insozzano le nostre strade intonse. Altri, tifosi nati, impegneranno il proprio cuore per il loro partito, l’unico virtuoso in un mare maleodorante di corruzione, opportunismo e chi ne ha, più ne metta. Esploderanno di gioia per una vittoria, piangeranno per la sconfitta.

Ma qualcuno si chiederà se davvero il problema centrale è la classe politica? Basta mandare qualcuno capace lassù e finalmente si accendono le luci?

Certo, vedere transitare a portata di mano grandi flussi di denaro e potere può stimolare comportamenti che non mirano al benessere collettivo, ma al proprio. Certo, esistono concentrazioni di potere a cui interessa semplicemente che nei posti chiave arrivi qualcuno che non leda i loro interessi. Ma questo basta a spiegare un ingessamento sostanziale del nostro habitat sociale? Spiega che qualsiasi tentativo di riforma, o meglio “di cambiamento”, risulti alla fine un calvario la cui evoluzione potrebbe rappresentarsi con il proverbiale elefante che partorisce un topolino.

Ma davvero da questo gigantesco frullato di partiti, movimenti, esperti di politica, economisti, alla fine si distilla una manciata di incapaci e corrotti e li si infila in parlamento?

Proviamo a vedere la questione da un altro punto di vista. Io credo che ci si debba per prima cosa chiedere se davvero la classe politica ha le mani sul volante. Perché tutti si augurano che lassù arrivi qualcuno che sappia guidare, ma nessuno si chiede se davvero ci sia il volante in dotazione. O se su quel volante sono stati attaccati freni, lucchetti, inceppamenti.

Cosa si dovrebbe guidare? Principalmente lo Stato Azienda. Chi è al vertice dello Stato Azienda dovrebbe innanzitutto governare la propria struttura, che ormai è diventata nel corso degli ultimi quarant’anni una realtà complessa e dimensionalmente comparabile a quella parte della società che sta dall’altra parte. Ma ci riesce?

Stato azienda vuol dire giustizia, sanità, istruzione, esercito, carabinieri e forestali, vigili, dipendenti comunali e regionali, società statali e parastatali, cultura, insomma tutto il comparto pubblico. I dirigenti politici hanno davvero in mano il volante per governare con efficacia e rapidità questo mondo complesso? La risposta è sotto gli occhi di tutti ed è assolutamente no.

La verità è che negli anni si sono consolidati conglomerati di interessi, gerarchie di potere all’interno dello stesso comparto, tali da costituire uno stato nello stato, o meglio un’azienda a se stante, parte di un’azienda più grande con cui intrattiene una dialettica di potere che non è affatto a senso unico. Tanto per entrare nel concreto se emergesse la necessità di un cambiamento che riguardasse carabinieri e forestali si aprirebbe una trattativa fra potere centrale e quel comparto pubblico dove il vaso di cristallo non è certo quest’ultimo, perché i grandi partiti non possono permettersi il lusso di perdere tutto il consenso di fette importanti di società, devono “raccattare” voti capillarmente. Da anni si parla della necessità di riformare il comparto pubblico, ma si tratta di una barzelletta che ormai è vecchia, non fa più ridere ed è per questo che tutte le forze politiche e in particolare i partiti più nuovi e innovatori l’hanno sotterrata e sigillata con uno strato di piombo. Al massimo ogni tanto ci si ingegna in qualche nuovo maquillage, che viene passato come riforma. Affrontare un vero cambiamento all’interno dello Stato Azienda è visto dai nostri leader politici come la “peste bubbonica” e la cosa triste è che hanno perfettamente ragione: c’è solo da perderci.

Tutti i problemi, non per i componenti delle pubblica amministrazione, ma per chi deve usufruire dei sui servizi e pagare le tasse, restano: una lentezza esasperante nell’ammodernarsi, assenteismo, cattiva distribuzione del carico di lavoro: chi lavora troppo, chi non fa nulla, corruzione, assunzioni per parentela o altri tipi di relazioni, nessun collegamento fra merito, impegno e stipendio, spreco delle risorse umane, trasferimenti di personale sbagliati fatti per salvare posti di lavoro, sprechi negli investimenti spesso fatti per arricchire qualcuno: un carrozzone inefficiente, arrugginito, vischioso. E sarà così per molti anni, finché comincerà a crescere la coscienza che il problema non sono i politici incapaci, ma che lo stato azienda è fuori controllo, le sue parti hanno acquisito troppo potere contrattuale ed elettorale per cederlo alla società civile. Il volante che hanno in mano i politici serve per governare quello che sta fuori dallo stato azienda e non sempre, ma non quello che sta dentro e non basta, assolutamente non basta.

Quindi non cambierà nulla, chiunque vinca le elezioni. Speriamo che qualcuno cominci a chiedersi quale siano le vere ragioni per cui questo succede.

Qualche ragionamento in più ho provato a farlo nel saggio: “La via fluida e il federalismo dei bisogni”

 

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